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La meccanica

“Guardo laggiù

e vedo come un annaspar come confuso

di canadesi azzurre, pare

come se il mondo avesse principiato

furtivo a mescolarsi e gli elementi

caotici a girare quasi volessero

dar ita a nuova vita “

Il pastore di greggi tacque turbato e fece un passo ancora nel greto scricchiolante del torrente. Calmo, poi, prese a carezzare il vecchio cane, chino. Il volto chiuso …pensava chissà che…

“Il tempo che giovani

tutto pare concederci

dimostra poi i suoi arnesi

da ladro e imbonitor di genti

Un sorriso, una sola carezza

paiono un niente

e sono invece un Universo intero”

Giacomo il fatalista

Giacomo, mentre veniva portato su di una barella al reparto rianimazione, pensava tranquillamente dentro di sè “Era fatale….era fatale!” E in un minuto, prima di perdere definitivamente la coscienza, rivide tutto il film della sua esistenza (la colonna sonora gli parve di Toto Cotugno ed anche questo, pensò, era inevitabile.

Era nato inevitabilmente 27 anni prima ed erano stati 27 anni duri, precisi,a dir poco inevitabili. La sua esistenza aveva seguito la logica ferrea di un’espressione matematica: la sua vita era scorsa su un binario prestabilito dove gli scambi e la velocità di tragitto erano stati decisi da menti ingegneresche e da cabine di pilotaggio che non lo riguardavano. Per esempio: non poteva immaginare neanche per scherzo di essere potuto diventare altro da quello che era diventato. Ma era poi diventato quello che egli aveva sempre desiderato? Un cazzo! ….. un cazzo cari lettori.

E cos’era diventato poi? Nient’alttro che un cumulo di luoghi comuni: un enorme, adiposo, mieloso e inevitabile cumulo di luoghi comuni. C’era qualcosa che sarebbe stato più penoso dover ammettere? Non credo, ed anche se ci fosse stato effettivamente, era destino che Giacomo non solo non se ne accorgesse ma per di più fosse ben lontano da ammettere che una simile vigliaccata potesse superare, in quanto abbruttimento, la sua squallida fine, fine irrevocabilmente segnata sin dal primo giorno della sua triste e fatale esistenza.

La sua deterministica infanzia era trascorsa, era schizzata via più veloce di una pantera della mobile, così che Giacomo s’era trovato vecchio all’età di 9 anni. Ma ciò non amareggiò più di tanto il suo animo “virile”: era stupido anzi, oltre che fanciullesco, prendersela contro l’inevitabile corso del destino umano. dopo l’infanzia infatti viene la fanciullezza e dopo questa la giovinezza, la maturità e infine la vecchiaia dei 27 anni.

Chi poteva prendersela perchè il cielo è azzurro, perche i treni sono in ritardo e perchè ogni nuovo detersivo lava più bianco dei precedenti? Certo che NO, suvvia!

Era oramai giunta la notte in seconda

di sue quattro vigiglie ed i’ ne andava

appo le spiagge d’esta immonda

valle acché ne discazzassi l’ignava

vita mia di stercore quand’ecco

uno spirito, più che aguglia secco,

come pregando vassi chierichetto.

Parea in viso carcata d’ un’ amara

doglia e l’occhio ne mandava un succo

similare a sangue dissecato. ” Oh cara

anima che gita sei dal buco

orrendo d’Ade” verso Lei dissi

“Non volerne gire via”. E feci fissi

gl’occhi miei a’ suoi come a carburatore

che paia volerci lasciare in panne

in strada buja, senza riparatore

per miglia e miglia. “Oh priegoTi, danne

agio di passare teco questo lasso

di tempo che rimane in sin l’aurora!”

Ei, chinato il capo verso il basso

acconsentendo andò come talora

consente il macellaio altrui richiesta

di cotoletta ovver di cotechino;

e po’ ch’ebbe rialzo sì la magra testa

tirò lungo sospiro simile a facchino

che discarichi bagagli in sul binario

e dissemi “Tu credi che ne possa

dar notizie di Laggiù, ma vicario

non ti sarò di ciò ch’è in quella fossa”.

“Ei forse v’è proibito?” gli chies’io

“E che non mentovo niente di laggiù!”

fecemi allora quello spirto ed il mio

sperar divenne vano ancor di più

d’intender finalmente cosa fosse

oltre la Morte, così che ne restai

come da beccaio appese osse

in attesa d’acquirente. “Perchè vai

dunque – chiesi – nel gran trojaio

de’ vivi? quale condanna l’hai?”.

Quell’anima non mi rispose tosto

ma mostrommi lenta con un dito

un preservativo usato che riposto

avea nelle su’ tasche e: “Sta scritto

-disse- che l’anime dei morti

quel giorno ne verranno da lor fosse

Ecco, io son uno dei primi sorti”.

Oh lettore maledetto! Qual fosse

mia meraviglia allor tu ne potresti

immaginar se solo don fosse

deficiente all’opra, e n’avesti

veduto orrore d’int’ i miei rossi

occhi prossimi al mal pianto

per la fine d’esto mondo disgraziato

(benché lo possino!) al compianto

di nostro lasso e avvinazzato

canto di ranocchi. Sì Io piangea

Ed ecco quello spirto maternale

farmisi vicino e calmamente mi dicea

“Suvvia, non avvertela per male

che prima o poi doveva accadere

Non fare il fantolìn suvvia”

“E’ facile per te – piansi – vedere

le cose a questo modo, ma la mia

vita, il mio futuro, il mio sedere

ancor ripieno di brufolini

ei non vedra più tenere carezze

di pannolino, i miei versi sibillini

chi mai più li leggerà se il Tutto

va dritto alla sua fine? Chi laverà

i miei piedini in esto lutto? “

“Chetati imbecille, chetati, Olà

- disse lo spettro- “Pari femminetta

…..

Atto Primo

che sia mia cura, avegna che ben poca cosa ormai mi turbi o dilettissimi, tra il Manzanarre e il reno, di drento a codesto viperume vano e pecoreccio, aver di voi somma speranza, sia detto per inciso, che – cioè – più non scorgo niuna cosa d’altrimenti che il lieve, merdoso, cicalàr dei giorni. Ahimè? mi chiedereste voi.

Epperchemai, dunquemente, starei qui, orbo della vostra presenza, solingo? Perchemai, di grazia, potrei mai sognar di ritornare? Ravvedetevi dunque e il pentimento vostro sia confacente a questa Finis Mundi, ravvedetevi che la stagione è presta: già s’odono le squille della tromba del giudizio (or a destra ora a mancina) sopra le prode e le piagge stramerdose dell’umano mondo.

ravvedetevi…..ravvedetevi. OK?

II

Era l’ora in cui volgeva al tramontare ed io ne andava appo le tristi e rumorose sponde d’un qual riarso ruscelletto urbano. Per aria trascolorava il cielo e lontananze immense io invocava in me, dei dì trascorsi, di fanciullezza, del volgo falso e strepitante ai clacsons, e di tutta nostra tosca vita, in fra gli erbosi e smerlettati spazi di questo luogo disagiato e vano. E levato il capo al morir lento del grand’astro, io percepivain cuore un àmbio, un tale dolor…. insomma mi sentiva male e vomitava in gopp’ a marciapiede fritelle mal digerite.

III

Oh cipresseti, cipresseti miei, io non credea tornarvi a rimirar… ma fa lo stesso. Cipressetti, cipresseti miei ove son giti? ove han perduto lora tale disfrondar pietoso in sul mio smoking?

Foste voi mai un mio piedatèr? Pensaste mai al tempo supplementare di spareggio?

Oh Cipressetti miei! Oh donzelletta che vien in sul calar del sole! Oh cavallina storna! Oh Tu, Italia mia, non donna di provincia ma di bordello! Vi persi mai?

E che? diamoci una calmata!

Le nozze di Bufalino da Carrada

Eravi in quel di Babilonia tale Bufalino da Carrada, figlio dello sfasciacarrozze di corte e uomo quant’altri mai di senno fine e pronto allo scopo. Costui era solito dispiegare le sue sere di fra certe taverne di Babilonia stessa e tutt’ al più in balorde salsiccierie del lungotigri che a quei tempi volgea le sue merdose sponde non solo al quartiere delle “Allodole citrulle” ma d’anche a quello delle “Servette scollacciate” che sino all’acropoli se ne sarebbe percepito olezzo a nasi meno babilonici dell’imperial serraglio.

Bufalino adunque mostravasi in risme della peggior ispecie e amava mescersi al più vil pecorume (egli, di pur così nobile casato!) et andava in compagnia di gergai, fastieri, girettini, accorti baldraccai, grugni di spegevoli fichivendole ed era sì incline a perseguire simile andazzo che il di lui padre, che nomavasi Viterbetto Viterbi da Viterbo, rivolsesi per consiglio a tale Rodriguez Amalia, di professione (pare) condirettrice dei caseifici imperiali.

Costei, donna di piacevolissimo aspetto e dilettoso conversare, uditane la concione dal vecchio babbeo, dissegli non averne pensieroalcuno, che avrebbe posto fine lei stessa medesima alla brutta china del pulzello suo figlio, che non sarebbele occorso neanco un plenilunio prima di rivedere bufalino rinsavito, appiedarsi correttamente per la diritta via onde prestarsi all’uopo quale filiale bastone della vecchiaia suo (di Viterbetto intendo); che non stesse più a lamentarsi, che l’era oramai chiara la faccenda; che “Sì”, che “sì” e che, infine la smettesse di fare così che ci avrebbe messo lei una buona concione e che tutto si sarebbe così talmente sistemato che l’avrebbe potuto giurare sul patrono stesso di Copenaghen, il Bufalino non averebbe mai, di poi da allora, accompagnatosi con fichivendole o fastieri di tal sorta per quanto oro al mondo.

A simili parlari l’imperial sfasciacarrozze andò consolandosi e, ringraziando Rodriguez Amalia, promisele infine che egli Viterbetto non era tipo che avrebbe potuto discordare. “ok” disse Amalia “Ma accioché riesca tutto il mio scopo avrei bisognanza di picciola sommetta…. quasi un niente… fosse pure Bancamerican… onde addivenire pienamente al filial ravvedimento”. Viterbetto, non vedendo in ciò veruno ostacolo dissele che sì, era dispostissimo.

Dopo di ciò congedossi, molto garbatamente e ritornò alla di lui magione per disbrigare certe denunciazioni dei redditi annuali, co relativi scorpori e magagnette varie, del tutto certo delle riuscita del piano ideato dalla Rodriguez (che aveva fama in Babilonia tutta di gran conoscitrice d’uomini e di quant’altro simile) nel ravvedimento del diletto Bufalino.

Amalia, nel frattempo, coprivasi il flessuoso corpo di certe pelliccette di castoro, ingioellavasi vistosamente il collo eburneo con certe pietruzze lucide lucide, ricoprivasi le delicate gambe (oh, quale sogno dei virgulti babilonici testosteroni) di certi magniloquenti calzettoni trasparenti di adeguata foggia (buco qui, buco là proprio similari a certe attrezzature marinare che mozzi soglion nomare “reti”) e così concia, si diede a percorrere i portici di Babilonia in cerca del giovine Bufalino. Dimandatone infine ad un tabacchiere dei pressi qualora avesse visto un giovine così e così a nome Bufalino da Carrada, costui risposele che certissimamente di sì, che lo conosceva di molto bene e che avrebbe potuto ritrovarlo da Nando il Turco, appena poche decine di centinaia dei passettini da costì, che precisamente in via Alfonso Mandragola, angolo Piazza dell’Erbario malcontento.

Amalia incaminossi dunque alla volta del luogo e tanto incaminossi che, dopo breve lasso di tempo arrivossi al laido bartabacchi nomato “Nando il Turco” come esplicita insegna, dispiegata alle intemperie e lumescente al buio vicolo spiegava agli incauti e ignari pedonali che si fossero spinti fin quelle remote propagini periferiche.

Eravi, dentro, le più meschine facce da telequiz albergate in terra: eravi mostricciattoli di tutte le risme; eravi persino tanto di quell’afrore di sidro acido sulle panche, che per un istante Amalia si sentette venir meno, sempre meno…. che stavasi per disvenire; ma fattasi forza penetrò oltre il varco della soglia.

Costì scorse subito, din d’a tavolata, il giovine Bufalino attorniato dalla peggior feccia che ella mai avesse intraveduto. Bufalino, di suo canto, non sembrava invece darsene pensiero alcuno e , simigliante a regal imperatore pareva brindeggiar con la più dilettevole e cortese compagnia di cavalieri, e non con la malnata e ria di codesti pecorai.

Amalia il scoccò un guardo fiso e Bufalino, accortosi di tal guardo, fissò fisso gli occhi spavaldamente nei suoi occhi. I brillantini che pareano trasformare Amalia nell’Angelo di Dio rilucevano in quel buio come le scoppiettaie dei fuochi artificiali del patrono di Babilonia alla sagra dello stesso. A tale amalica apparizione fecesi all’interno del bartabacchi un subito zittìo come tutti fossero stati mutati in lucide pietre da fiume o bavoso ruscelletto che si voglia.

- Sei tu Bufalino di Viterbetto? – domandogli Amalia con voce similare al miele di cui parlano certi ebrei nelle diserte plaghe di certo esilio faraonico.

- Son d’esso! – fecele Bufalino già sbiancatosi in viso.

- Ebbene sappi che positivamente tu ne morrai di costì a nove giorni -

Bufalino parve simile a straccio che muliebri mani di filippino collaborator domestico lasci incautamente cader per il piancito. Cadde, como corpo morto cade, fra le pozze del sidro rancido del bartabacchi e Amalia, conscia, ne prese donde per svignarsela e disparir tra le stradicciuole che portano alla casba maledetta.

Passato picciol lasso di tempo, ma neppure tanto poco… diciamo 3 o 4 sessantesimi di ora, Bufalino , rincuorato alla bisogna dal Turco con apposito e salvifico amaro del brigadiere, riaprì finalmente le facelle al mondo e dimandato al cortese Nando chi ella fosse, colei di dianzi intendo, ebbe risposta che “boh” Nando istesso lo ignorava quanto fosse vero iddio, di averla mirata per la prima volta in vita sua e che per quanto riguardava lui stesso, Nando detto “o guappo” potevasi ella anche andare a prendersela in posti molto indecorosi a dirsi.

(continua….forse)

Lei baciava come se promettere

costasse un patrimonio.

Lui come chi sta a vedere

un altro matrimonio.

Pan che abbaia non morde

Un tono cupo nel cuore

Ininterrotto. un tono cupo

Un’abitudine al vivere.

Un nastro rosa

Sopra un ramo bruciato

comunismo

Era un comunista tradizionale (era cioè per la proprietà comune e per l’equa distribuzione delle ricchezze) ma si sarebbe oltremodo stupito a sapere che nella desiata distribuzione il suo stipendio sarebbe stato dimezzato.

Il suo problema

Il suo problema? ha bisogno di gente che gli stia in mezzo alle palle per poter maledire la società.

insonnia

A: – Dormi? ……(pausa)…..Dormi?-

B: -  No!-

A: - Ci svegliamo? -

B: - Come potremmo deciderlo se per farlo occorerebbe che fossimo svegli ? -

A: - E allora ? -

B: - Non svegliamoci -

A: - Allora buona notte -

B: (già russa rumorosamente)

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