Era oramai giunta la notte in seconda
di sue quattro vigiglie ed i’ ne andava
appo le spiagge d’esta immonda
valle acché ne discazzassi l’ignava
vita mia di stercore quand’ecco
uno spirito, più che aguglia secco,
come pregando vassi chierichetto.
Parea in viso carcata d’ un’ amara
doglia e l’occhio ne mandava un succo
similare a sangue dissecato. ” Oh cara
anima che gita sei dal buco
orrendo d’Ade” verso Lei dissi
“Non volerne gire via”. E feci fissi
gl’occhi miei a’ suoi come a carburatore
che paia volerci lasciare in panne
in strada buja, senza riparatore
per miglia e miglia. “Oh priegoTi, danne
agio di passare teco questo lasso
di tempo che rimane in sin l’aurora!”
Ei, chinato il capo verso il basso
acconsentendo andò come talora
consente il macellaio altrui richiesta
di cotoletta ovver di cotechino;
e po’ ch’ebbe rialzo sì la magra testa
tirò lungo sospiro simile a facchino
che discarichi bagagli in sul binario
e dissemi “Tu credi che ne possa
dar notizie di Laggiù, ma vicario
non ti sarò di ciò ch’è in quella fossa”.
“Ei forse v’è proibito?” gli chies’io
“E che non mentovo niente di laggiù!”
fecemi allora quello spirto ed il mio
sperar divenne vano ancor di più
d’intender finalmente cosa fosse
oltre la Morte, così che ne restai
come da beccaio appese osse
in attesa d’acquirente. “Perchè vai
dunque – chiesi – nel gran trojaio
de’ vivi? quale condanna l’hai?”.
Quell’anima non mi rispose tosto
ma mostrommi lenta con un dito
un preservativo usato che riposto
avea nelle su’ tasche e: “Sta scritto
-disse- che l’anime dei morti
quel giorno ne verranno da lor fosse
Ecco, io son uno dei primi sorti”.
Oh lettore maledetto! Qual fosse
mia meraviglia allor tu ne potresti
immaginar se solo don fosse
deficiente all’opra, e n’avesti
veduto orrore d’int’ i miei rossi
occhi prossimi al mal pianto
per la fine d’esto mondo disgraziato
(benché lo possino!) al compianto
di nostro lasso e avvinazzato
canto di ranocchi. Sì Io piangea
Ed ecco quello spirto maternale
farmisi vicino e calmamente mi dicea
“Suvvia, non avvertela per male
che prima o poi doveva accadere
Non fare il fantolìn suvvia”
“E’ facile per te – piansi – vedere
le cose a questo modo, ma la mia
vita, il mio futuro, il mio sedere
ancor ripieno di brufolini
ei non vedra più tenere carezze
di pannolino, i miei versi sibillini
chi mai più li leggerà se il Tutto
va dritto alla sua fine? Chi laverà
i miei piedini in esto lutto? “
“Chetati imbecille, chetati, Olà
- disse lo spettro- “Pari femminetta
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