Eravi in quel di Babilonia tale Bufalino da Carrada, figlio dello sfasciacarrozze di corte e uomo quant’altri mai di senno fine e pronto allo scopo. Costui era solito dispiegare le sue sere di fra certe taverne di Babilonia stessa e tutt’ al più in balorde salsiccierie del lungotigri che a quei tempi volgea le sue merdose sponde non solo al quartiere delle “Allodole citrulle” ma d’anche a quello delle “Servette scollacciate” che sino all’acropoli se ne sarebbe percepito olezzo a nasi meno babilonici dell’imperial serraglio.
Bufalino adunque mostravasi in risme della peggior ispecie e amava mescersi al più vil pecorume (egli, di pur così nobile casato!) et andava in compagnia di gergai, fastieri, girettini, accorti baldraccai, grugni di spegevoli fichivendole ed era sì incline a perseguire simile andazzo che il di lui padre, che nomavasi Viterbetto Viterbi da Viterbo, rivolsesi per consiglio a tale Rodriguez Amalia, di professione (pare) condirettrice dei caseifici imperiali.
Costei, donna di piacevolissimo aspetto e dilettoso conversare, uditane la concione dal vecchio babbeo, dissegli non averne pensieroalcuno, che avrebbe posto fine lei stessa medesima alla brutta china del pulzello suo figlio, che non sarebbele occorso neanco un plenilunio prima di rivedere bufalino rinsavito, appiedarsi correttamente per la diritta via onde prestarsi all’uopo quale filiale bastone della vecchiaia suo (di Viterbetto intendo); che non stesse più a lamentarsi, che l’era oramai chiara la faccenda; che “Sì”, che “sì” e che, infine la smettesse di fare così che ci avrebbe messo lei una buona concione e che tutto si sarebbe così talmente sistemato che l’avrebbe potuto giurare sul patrono stesso di Copenaghen, il Bufalino non averebbe mai, di poi da allora, accompagnatosi con fichivendole o fastieri di tal sorta per quanto oro al mondo.
A simili parlari l’imperial sfasciacarrozze andò consolandosi e, ringraziando Rodriguez Amalia, promisele infine che egli Viterbetto non era tipo che avrebbe potuto discordare. “ok” disse Amalia “Ma accioché riesca tutto il mio scopo avrei bisognanza di picciola sommetta…. quasi un niente… fosse pure Bancamerican… onde addivenire pienamente al filial ravvedimento”. Viterbetto, non vedendo in ciò veruno ostacolo dissele che sì, era dispostissimo.
Dopo di ciò congedossi, molto garbatamente e ritornò alla di lui magione per disbrigare certe denunciazioni dei redditi annuali, co relativi scorpori e magagnette varie, del tutto certo delle riuscita del piano ideato dalla Rodriguez (che aveva fama in Babilonia tutta di gran conoscitrice d’uomini e di quant’altro simile) nel ravvedimento del diletto Bufalino.
Amalia, nel frattempo, coprivasi il flessuoso corpo di certe pelliccette di castoro, ingioellavasi vistosamente il collo eburneo con certe pietruzze lucide lucide, ricoprivasi le delicate gambe (oh, quale sogno dei virgulti babilonici testosteroni) di certi magniloquenti calzettoni trasparenti di adeguata foggia (buco qui, buco là proprio similari a certe attrezzature marinare che mozzi soglion nomare “reti”) e così concia, si diede a percorrere i portici di Babilonia in cerca del giovine Bufalino. Dimandatone infine ad un tabacchiere dei pressi qualora avesse visto un giovine così e così a nome Bufalino da Carrada, costui risposele che certissimamente di sì, che lo conosceva di molto bene e che avrebbe potuto ritrovarlo da Nando il Turco, appena poche decine di centinaia dei passettini da costì, che precisamente in via Alfonso Mandragola, angolo Piazza dell’Erbario malcontento.
Amalia incaminossi dunque alla volta del luogo e tanto incaminossi che, dopo breve lasso di tempo arrivossi al laido bartabacchi nomato “Nando il Turco” come esplicita insegna, dispiegata alle intemperie e lumescente al buio vicolo spiegava agli incauti e ignari pedonali che si fossero spinti fin quelle remote propagini periferiche.
Eravi, dentro, le più meschine facce da telequiz albergate in terra: eravi mostricciattoli di tutte le risme; eravi persino tanto di quell’afrore di sidro acido sulle panche, che per un istante Amalia si sentette venir meno, sempre meno…. che stavasi per disvenire; ma fattasi forza penetrò oltre il varco della soglia.
Costì scorse subito, din d’a tavolata, il giovine Bufalino attorniato dalla peggior feccia che ella mai avesse intraveduto. Bufalino, di suo canto, non sembrava invece darsene pensiero alcuno e , simigliante a regal imperatore pareva brindeggiar con la più dilettevole e cortese compagnia di cavalieri, e non con la malnata e ria di codesti pecorai.
Amalia il scoccò un guardo fiso e Bufalino, accortosi di tal guardo, fissò fisso gli occhi spavaldamente nei suoi occhi. I brillantini che pareano trasformare Amalia nell’Angelo di Dio rilucevano in quel buio come le scoppiettaie dei fuochi artificiali del patrono di Babilonia alla sagra dello stesso. A tale amalica apparizione fecesi all’interno del bartabacchi un subito zittìo come tutti fossero stati mutati in lucide pietre da fiume o bavoso ruscelletto che si voglia.
- Sei tu Bufalino di Viterbetto? – domandogli Amalia con voce similare al miele di cui parlano certi ebrei nelle diserte plaghe di certo esilio faraonico.
- Son d’esso! – fecele Bufalino già sbiancatosi in viso.
- Ebbene sappi che positivamente tu ne morrai di costì a nove giorni -
Bufalino parve simile a straccio che muliebri mani di filippino collaborator domestico lasci incautamente cader per il piancito. Cadde, como corpo morto cade, fra le pozze del sidro rancido del bartabacchi e Amalia, conscia, ne prese donde per svignarsela e disparir tra le stradicciuole che portano alla casba maledetta.
Passato picciol lasso di tempo, ma neppure tanto poco… diciamo 3 o 4 sessantesimi di ora, Bufalino , rincuorato alla bisogna dal Turco con apposito e salvifico amaro del brigadiere, riaprì finalmente le facelle al mondo e dimandato al cortese Nando chi ella fosse, colei di dianzi intendo, ebbe risposta che “boh” Nando istesso lo ignorava quanto fosse vero iddio, di averla mirata per la prima volta in vita sua e che per quanto riguardava lui stesso, Nando detto “o guappo” potevasi ella anche andare a prendersela in posti molto indecorosi a dirsi.
(continua….forse)